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Chi si espone, infatti, non può conoscere chi si sta esponendo perchè non si vede. E’ dunque più che probabile, argomenta Hannah Arendt, ” che il ‘chi’, che appare in modo così chiaro e inconfondibile agli occhi degli altri, rimanga nascosto alla persona stess, coem il daimon della religione greca che accompagna ogni uomo nella sua vita, sempre presente dietro le sue spalle e quindi solo visibile a quelli con cui egli ha dei rapporti.”
Apparire agli altri perchè semplicemente li si incontra, e mostrare loro attivamente chi si è, sono tuttavia, per Hannah Arendt, due cose differenti. Detto alla buona, tale differenza riguarda il mero apparirci dell’identità fisica di qualcuno e il suo attivo esibirsi. Non si tratta tuttavia di una differenza tra la mera materialità e l’eccelsa spiritualità, fra corpo e anima. Bensì, piuttosto, di una diffrenza di scena. La scena sulla quale “gli esseri umani appaiono gli uni agli altri non come oggetti fisici ma in quanto uomini” è infatti quella che li vede agire con atti e parole. Com’è noto, trasgredendo i canoni del lessico tradizionale, Hannah Arendt dà a questa scena di esibizione interattiva il nome di politica.
( da Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Feltrinelli, 1997- Le citazioni della Arendt son tratte da Vita activa)